Riportare in vita un nome storico come Painkiller è un’operazione delicata: basta poco per scatenare la nostalgia, ma ancora meno per deludere chi quel nome lo associa a un’epoca ben precisa degli sparatutto. Questo nuovo Painkiller, sviluppato da Saber Interactive, non è un semplice remake né un vero sequel, ma un reboot che prova a reinterpretare l’anima originale puntando tutto su velocità, cooperativa e azione senza compromessi.
Il risultato è uno shooter frenetico e appagante, capace di regalare ore di divertimento puro, ma che lascia anche la sensazione di trovarsi davanti a un gioco incompleto, come se mancasse il tassello fondamentale per trasformarlo in un punto di riferimento moderno del genere.
Benvenuti nel Purgatorio: una cornice narrativa funzionale ma minimale
L’ambientazione ci catapulta nel Purgatorio, terra di mezzo eternamente contesa tra le forze di Metatron e quelle di Azazel, l’angelo caduto. Il nostro compito è semplice: sterminare orde di demoni e nephilim per espiare i peccati della vita terrena.
La storia, però, resta volutamente sullo sfondo. I quattro personaggi giocabili hanno accenni di background e piccole differenze passive, ma tutto è pensato come contorno, non come motore dell’esperienza. Una scelta che potrebbe far storcere il naso ai fan storici della saga, soprattutto considerando che Painkiller nasce come esperienza fortemente single player.
Gunplay e ritmo: qui Painkiller colpisce nel segno
Dove il gioco convince senza esitazioni è nel gameplay. Painkiller è veloce, fluido, brutale e incredibilmente soddisfacente da giocare. Le armi, poche ma ben caratterizzate, trasmettono un grande senso di potenza, mentre il movimento rapido costringe il giocatore a restare sempre in azione, senza mai fermarsi.
Il sistema di upgrade tramite token permette di personalizzare l’equipaggiamento con abilità e bonus che incentivano build differenti, mentre le carte dei tarocchi, consumabili e attivabili strategicamente, aggiungono un ulteriore livello tattico alle partite. Non tutte le scelte sono perfettamente bilanciate, ma l’insieme funziona e diverte.
Raids e modalità Rogue Angel: buona idea, contenuto limitato
La struttura principale del gioco ruota attorno a tre Raids, mini campagne composte da tre missioni ciascuna, che culminano in scontri contro boss di grandi dimensioni. Il design è solido, ma fortemente compartimentato, dando spesso l’impressione di livelli pensati come modalità aggiuntive piuttosto che come parti di una vera campagna narrativa.
Una volta completati i Raids, si sblocca la modalità Rogue Angel, che introduce elementi procedurali e una progressione più dinamica. Si parte con equipaggiamento base e si migliorano armi e abilità affrontando sfide generate casualmente prima dello scontro finale. È senza dubbio la modalità più interessante sul piano concettuale, ma anche qui la varietà degli obiettivi tende a esaurirsi piuttosto rapidamente.
Il problema principale è la longevità: in poche ore è possibile vedere praticamente tutto ciò che il gioco ha da offrire.
Comparto tecnico: solido e ottimizzato
Dal punto di vista tecnico, Painkiller fa una scelta chiara: prestazioni prima di tutto. Su PC gira in modo eccellente anche su configurazioni non recentissime, con un framerate stabile e controlli mouse e tastiera impeccabili.
Su Xbox Series X il gioco mantiene un 60 FPS granitico nella maggior parte delle situazioni, con caricamenti rapidi e un’ottima gestione del caos a schermo. L’uso del DualSense è presente ma non particolarmente innovativo, mentre alcune limitazioni nella personalizzazione dei controlli si fanno sentire, soprattutto per i giocatori più esigenti.
Molto apprezzata la presenza di crossplay, modalità offline con bot e opzioni dedicate ai content creator, elementi che rendono il pacchetto più completo sul fronte multiplayer.
Atmosfera e sound design: un omaggio ai grandi classici
Visivamente Painkiller non punta allo spettacolo puro, ma costruisce un’estetica familiare per chi ama gli shooter old school. Le ambientazioni gotiche, i demoni e le esplosioni di particelle ricordano volutamente titoli come Doom, mentre il sound design, tra colpi di fucile e riff metal, accompagna perfettamente l’azione incessante.
Non è originale, ma è coerente. E soprattutto funziona.
Divertente, ma poteva essere molto di più
Painkiller è un ottimo sparatutto in prima persona, con un gunplay eccellente e un ritmo che non concede tregua. È il tipo di gioco che diverte immediatamente e non perde tempo in inutili fronzoli. Tuttavia, la sensazione costante è quella di trovarsi davanti a una grande modalità extra trasformata in gioco completo.
Manca una vera campagna single player capace di dare peso all’universo narrativo e di elevare il titolo da semplice arena shooter a produzione di riferimento. Se supportato a lungo e ampliato con nuovi contenuti, Painkiller potrebbe ancora ritagliarsi uno spazio importante. Così com’è, resta un’esperienza consigliata agli amanti dell’azione pura, ma con un potenziale solo parzialmente espresso.
Sufficiente
Pro
- Gunplay eccellente e immediato
- Ritmo di gioco frenetico e coinvolgente
- Buona personalizzazione del gameplay
- Modalità Rogue Angel interessante
- Prestazioni solide su Xbox Series X
- Atmosfera coerente e sound design efficace
- Crossplay e modalità offline con bot
Contro
- Assenza di una vera campagna single player
- Longevità limitata
- Struttura dei Raids troppo compartimentata
- Varietà delle attività ridotta nel lungo periodo
- Personaggi poco caratterizzati
- Personalizzazione dei controlli su console limitata